Dalle problematiche sanitarie a quelle economiche e sociali, la pandemia da Covid-19 ha causato danni incalcolabili in tutto il mondo. Danni che non si limitano soltanto alle questioni dette sopra. Nel mare magnum di problemi con cui ognuno di noi ha dovuto fare i conti, altre questioni rischiano di passare sottotraccia, con conseguenze che possono risultare devastanti. Non bisogna sottovalutare, ad esempio, il tema legato all’inquinamento.
In tutto il mondo, ogni mese, vengono utilizzati 65 miliardi di guanti e 129 miliardi di mascherine: in pratica ogni minuto si utilizzano ben 3 milioni di mascherine. Se anche solo l’1% di esse venisse smaltito in maniera avremmo 1,29 miliardi di mascherine disperse in natura. In un mese. Si rischia un autentico disastro ambientale.
Non finisce qui, purtroppo. I comuni dispositivi di protezione sono realizzati con fibre di plastica, prevalentemente propilene, che resta nell’ambiente per decenni.
Una singola mascherina può rilasciare in mare 173.000 microfibre al giorno.
I numeri relativi all’inquinamento da dpi risultavano allarmanti già l’estate scorsa, quando ancora non si immaginava che l’emergenza sarebbe durata tanto.
La produzione di plastiche
Se la situazione plastica è drammatica da ben prima della pandemia, ora è più che mai urgente e non può essere ignorata. Dal 1950, quando la plastica cominciò ad essere utilizzata su grande scala, gli uomini hanno prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di materie plastiche, l’equivalente del peso di 822 mila torri Eiffel o di 80 milioni di balene. Di questi 8 miliardi di tonnellate, la metà sono stati prodotti negli ultimi 13 anni.
In questi 70 anni, ben 6,3 miliardi di tonnellate sono diventate rifiuti, di cui solo il 9% riciclati. Il 12% è stato incenerito e il 79% accumulato in discarica o disperso in natura. Al ritmo attuale di produzione, nel 2050 sulla Terra ci saranno 25 miliardi di tonnellate di plastica. In altre parole, più plastica che pesci nell’oceano.
È necessario un grande sforzo collettivo per cambiare le cose, perché riciclare non basta più. Non è solo il suo errato smaltimento, ma proprio la produzione della plastica a causare danni ambientali. Il 99% è prodotto a partire da combustibili fossili, come petrolio e gas fossile. Questo contribuisce fortemente ai cambiamenti climatici. Oltre a riciclare di più e meglio, è necessario quindi che le grandi multinazionali abbandonino il prima possibile la plastica monouso, affidandosi a soluzioni alternative e sostenibili. La plastica non è un problema solo per gli oceani ma anche per il clima e la salute delle persone.
Anche la riduzione delle emissioni di Co2 durante il periodo di quarantena dell’anno scorso è stato, a ben guardare, una breve illusione: la riapertura delle aziende dopo il blocco forzato sembrerebbe aver portato a un incremento dell’inquinamento, dato dal maggior lavoro delle stesse imprese per recuperare il tempo perduto durante lo stop forzato.
L’inquinamento da Covid va riconosciuto come un problema grave e come tale affrontato. Non si può perdere altro tempo.


