QUANDO LA GUERRA ESISTE SOLO SE CI COINVOLGE PERSONALMENTE
Non si contano più i giorni da quella notte del 24 febbraio, quando il presidente russo Vladimir Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. Un evento che ha sicuramente lasciato un segno negli animi di alcuni, ma che ha cambiato radicalmente la vita di tanti altri.
Come ormai sappiamo, il conflitto è tutto fuorché “nuovo”: iniziato ben otto anni fa, quando Mosca ha invaso e annesso la penisola di Crimea, sostenendo i movimenti separatisti nella regione del Donbass in Ucraina orientale, è inevitabilmente arrivato a una fase che sembra essere di non ritorno.
I dati parlano chiaro (o quasi), probabilmente li conosciamo a memoria. C’è, dunque, qualcosa che ancora si può dire? Qualcosa che non può essere calcolato o predetto, che rimane in silenzio nella coscienza dei più, incapace di stabilire se verrà espresso o represso?
IL PARADOSSO DELLA PANDEMIA
Con la pandemia ormai parte integrante della quotidianità è difficile dirlo. Perché sì, il Covid non ha smesso di essere presente. Eppure, come è solito accada a tutto ciò che alla lunga risulta essere ripetitivo, è drasticamente passato in secondo piano di fronte all’irresistibile fascino della novità. Una novità che, in qualche modo, ci prende alla sprovvista, infiltrandosi in un sistema rotto su cui cerchiamo da troppo tempo di cucire delle toppe di speranza, che rischiano però di essere strappate da questa nuova disgrazia che, specialmente dopo gli ultimi due anni, è al limite del surreale. Quasi non ci si crede.
Una situazione che porta a riflettere su quanto sottile sia la linea che divide quello che possiamo fare da ciò che scegliamo di fare avendone la possibilità. Dopo essere stati travolti da eventi che mai avremmo potuto prevedere, c’è ancora chi riesce a fare la scelta, almeno eticamente parlando, sbagliata. C’è chi sceglie la violenza, il dolore.
NON C’È SOLO UNA GUERRA
La sofferenza, però, non è solo quella che ci tocca da vicino. Sono ormai settimane che sui vari social girano alcuni post riguardo alla questione “veri profughi”. La situazione è questa: accogliere i profughi ucraini è un dovere morale. In Italia il processo è già in moto, e segue la scia della Romania, della Moldavia e della Polonia che da giorni stanno accogliendo centinaia di migliaia di profughi. Perciò il problema dove sta? Tendenzialmente, sta nel dimenticarsi che la Polonia è lo stesso Paese che, con l’assenso dell’Ue, ha approvato la legge sui push-back illegali, i respingimenti durante lo stato di emergenza al confine con la Bielorussia che hanno impedito l’intervento degli operatori umanitari lasciando uomini, donne e bambini al gelo dei boschi, senza provviste, e poi chiusi in centri di detenzione illegali.
Alle frontiere i profughi ucraini passano, mentre gli altri no. Tutti coloro che scappano da guerre che non consideriamo “nostre”, perché lontane, continuano a sperare in un cambio di rotta. Siria, Afghanistan, Yemen sono solo alcuni degli 80 stati attualmente impegnati in conflitti armati su 207.Ed ecco che ciò di cui parlava Matteo Salvini riguardo a “profughi veri” e “profughi finti”, che ha inizialmente fatto tanto scalpore, è diventata la linea politica dell’Ue.
COME CONVIVERE CON QUESTA CONSAPEVOLEZZA?
Viviamo in una società in cui il potere di pochi viene usato per arricchirsi, e non per fare del bene. Viviamo in un mondo che necessita urgentemente di un cambiamento, che cerca ancora di riprendersi da due anni di batoste, e che di tutto aveva bisogno fuorché di una nuova guerra che, a dirla tutta, di nuovo ha ben poco.
La Cooperativa WarFree basa il proprio lavoro, le proprie azioni quotidiane, su una Carta dei valori che presenta, sì, tanti punti, ma che non esisterebbe senza quello portante, il primo: il ripudio della guerra. Così come per le aziende che collaborano con la Cooperativa, la linea di pensiero opta per scelte e comportamenti finalizzati ad evitare ogni coinvolgimento con le organizzazioni che finanziano, praticano o promuovono la produzione degli armamenti, il loro commercio e i conflitti armati a qualsiasi livello.
È ciò che di più scontato si possa pensare di fare, se non una delle poche cose, per non dover mai accettare di dover rispondere alla violenza con la violenza che alcuni, tra spavento e rassegnazione, ipotizzano come possibile soluzione.
Fino a prova contraria, facciamo tutti parte dello stesso mondo, e per questo siamo uniti a tutti gli altri enti che vogliono muoversi unicamente per la pace.
